Scuola di tecnica del Canto lirico

GLOSSARIO TECNICO  DEI TERMINI VOCALI E MUSICALI PIÙ USATI. (In via di definizione)

La formante di canto 

 

Lo spettro vocale è costituito dalle armoniche: la prima di queste è detta fondamentale e corrisponde alla nota che in quell'istante viene emessa; le armoniche con maggiore concentrazione di energia (e dunque con più forte intensità) prendono il nome di "formanti" del timbro vocale. Nell'emissione di voce parlata vengono normalmente distinte cinque formanti. La prima (con valori compresi tra 250 e 400 Hz nello spettro vocale) si determina nella cavità orale ed è direttamente correlata con il grado di apertura mandibolare( più ampia è l'apertura della bocca, più alta sarà la formante). La seconda (collocata tra 600 e 2500 Hz) dipende dalla posizione e dalla forma della lingua: se quest'ultima è retroposta la formante è più bassa, e viceversa. La terza (2800-3000 Hz) viene modificata dai movimenti del muscolo orbicolare della bocca: labbra strette ed allungate (es.: vocale u) = valori bassi; tubo buccale corto (es.: vocale i ) = valori alti. La quarta (F4) e la quinta (F5), non sono normalmente presenti all'intensità vocale media di conversazione e vengono generate rispettivamente nei ventricoli di Morgagni e nei seni piriformi.

Nel canto, soprattutto per il genere lirico, esiste il problema di dover superare la "barriera" costituita dal suono dell'orchestra, posta più vicino al pubblico, le cui armoniche si concentrano tra i 500 ed i 1500 Hz. In tal caso, una voce ben impostata sarà caratterizzata da una concentrazione delle cinque formanti in una sola, definita dai tecnici "formante di canto", collocata normalmente tra i 2500 ed i 3000 Hz, al di sopra del muro orchestrale. In poche parole, il cantante, praticherà una sorta di adjustinent degli organi fonoarticolatori, così caratterizzato: A)Abbassamento della laringe ed ampliamento del tubo faringeo = riduzione dei valori della IV e V formante;

B) bocca atteggiata a sorriso = valore intermedio per la terza formante; -posizione piatta della lingua sul pavimento orale = collocazione della II formante su valori intermedi; - aumentata escursione mandibolare = innalzamento del valore della I formante.

Le cinque formanti, in definitiva, si concentrano in una sola per rafforzare, in un punto ben preciso, l'intensità della voce. Un simile "adjustment" da parte della lingua, della mandibola, della bocca, della laringe e della faringe richiederà, comprensibilmente, un sacrificio della dizione. Sarà infatti particolarmente difficile, nei fortissimi, pronunciare una ; non a caso il cantante più esperto emette hi tale evenienza un suono tra ed u.

Fonte seguente: Dizionario della Lirica - Fabbri editori- 1991 

A. Abbellimento, termine musicale usato per indica­re una nota o un gruppo di note che integrano la melodia con lo scopo di ornarla e renderla espressiva. Nel primo caso servono per darle scorrevolezza o per rendere più piacevole all’o­recchio la conclusione di una frase musicale; nel secondo sottolineano particolari stati d’animo (gioia, dolore, furore, rapimento amoroso), met­tono in risalto una parola significativa, possono rendere il concetto espresso dal vocabolo cui s’accompagnano: per es. due gruppetti sulla pa­rola “ruscello” evidenziano il fluire dell’acqua (v. madrigalismo). Il rapporto a.-stato d’animo non è meccanico: uno stesso a. può sottolineare situazioni psicologiche differenti. Usati già nel canto gregoriano, gli abbellimenti trovarono largo impiego nell’opera, in particola­re quella del XVI e del XVII sec., quando l’abi­tudine dei cantanti ad improvvisare fece sì che il loro numero crescesse a dismisura. Con la fine del XVIII sec. e l’inizio del XIX si fece più rigo­roso il controllo dei compositori che cominciaro­no a scriverli in extemo (v.) e ne ridussero il nu­mero, impiegandoli con più attenta parsimonia. I principali abbellimenti sono: l’acciaccatura, il gorgheggio, il gruppetto, il melisma, il mordente, il picchiettato, il portamento, il tremolo, il trillo

Accento, termine che indica il rinforzamento di una nota o di un gruppo di note e le fa risaltare alPinterno della frase. L’a. può essere di natura ritmica o dinamica; in quest’ultimo caso serve per mettere in rilievo un momento particolar­mente espressivo della melodia, utile alla situa­zione teatrale.

Acciaccatura, termine che indica un abbellimen­to formato da una nota aggiunta rispetto a quella della melodia. In genere l’a. è posta ad un tono o a un semitono di distanza dalla nota principale, e deve essere eseguita con rapidità.

Si tratta di un abbellimento apparentemente semplicissimo, ma in realtà di non facile esecu­zione: il cantante deve far sentire la nota aggiun­ta in tutta la sua chiarezza, senza però alterare il ritmo della melodia. Nell’opera può essere usata sia per dare brillantezza ad un passaggio, come per es. nel Bolero di Elena da I Vespri siciliani di G. Verdi, sia per accentuare il tono patetico di un brano, come per es. nell’aria di Giulia “Tu che invoco” da La vestale di G. Spontini. L’a. viene rappresentata con una piccola croma ta­gliata trasversalmente (v. notina).

Agilità, attitudine che un cantante deve possede­re per poter eseguire con appropriata precisione i passaggi di coloratura . Con l’impiego sempre più massiccio della coloratura da parte dei com­positori dalla seconda metà del XVII sec. fino al­la prima metà dell’Ottocento, l’agilità è uno dei pila­stri di ogni cantante che voglia eseguire il reper­torio classico della scuola italiana di canto. Per­ciò essa è sistematicamente trattata dai principali teorici del canto dalla seconda metà del Cinque­cento a tutto l’Ottocento, quali appunto G. Caccini, P. F. Tosi, M. Garcia, H. Panofka. Fermo restando che la capacità di eseguire le agilità più complesse, come per es. il trillo, necessita di una naturale propensione, è un fatto che tutti i tipi di voce possano piegarvisi ed usarla con pertinenza, a fini espressivi. Lo dimostra perfettamente la produzione teatra­le rossiniana, dove l’agilità necessaria per superare i complessi passaggi che caratterizzano la melodia è caratteristica richiesta sia alle voci leggere che a quelle gravi. La convinzione, diffusasi nella pri­ma metà del nostro secolo, che l’agilità sia requisito delle sole voci leggere è da ritenersi errata e non pertinente allo stile della scuola italiana di can­to, così come si è venuta formando nei secoli d’oro dell’opera lirica. Condizione essenziale per dare alla voce la capa­cità di sostenere l'agilità è il perfetto controllo del diaframma , senza irrigidimenti e sforzi. L’a. può essere legata, sciolta, martellata e drammati­ca ed è indispensabile per eseguire arpeggi, trilli, scale, picchiettati ecc. . Per risaltare con ni­tidezza deve essere eseguita di petto; sono dun­que errate le agilità che ricorrono ad emissioni in falsetto , più adatte ad eseguire uno jodler che pagine di ispirazione belcantista. Va altresì sfatato che il canto d’a. sia la più difficile delle attitudini da conquistare; talvolta essa può aiuta­re voci in difficoltà nelle grandi frasi declamate. Al di là di tutto, rimane vero che uno stile come quello rossiniano, ma più generalmente quello che da G. F. Haendel arriva fino ai primi decen­ni dell’Ottocento, stile in cui Fuso dell’a. è indi­spensabile, è più sano per la voce che non il de­clamato wagneriano o lo stile drammatico ver­diano, così come si configura da II ballo in ma­schera al Falstaff.

Appoggiatura, termine che indica un abbellimen­to (v.) molto simile all’acciaccatura, fissato con chiarezza dai teorici attorno al XVIII sec. Si trat­ta di una nota aggiunta alla melodia, posta in ge­nere alla distanza di un intervallo di seconda su­periore o inferiore. Mentre l’acciaccatura non cambia la durata della nota reale, l’a. ne sottrae parte del valore, così che la nota reale suona in ritardo rispetto al suo valore. L’a. è indicata da una notina di valore variabile, senza taglio obliquo, e serve per dare una torni­tura particolarmente espressiva alla melodia, co­me per es. nella romanza di Nemorino “Una fur­tiva lagrima”, ne L’elisir d’amore di G. Donizetti.

 

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